
Chi ci segue da un annetto, conosce bene la storia de “L'ingrato”. Per chi non la conoscesse ancora, l'ingrato era Luciano Moggi. Ingrato perché non appena Agnelli diventò presidente della Juventus, lasciò partite critiche sul suo staff (Marotta) e sulla squadra. Critiche che a fine stagione sono apparse giustificate dalla competenza, non fosse che l'anno prima si era complimentato per la campagna acquisti che portò anch'essa a un settimo posto. Perché l'acquisto di Felipe Melo doveva essere migliore dell'acquisto di Krasic?
Ingrato perché metteva in difficoltà il figlio di chi, anni prima, gli aveva dato l'opportunità di tornare a lavorare per la Juventus (c'era già stato prima del '94). Insomma da Moggi ci si aspettava una spinta in positivo più che una spallata. Ci apparve chiaro allora che tra lui ed Agnelli qualcosa non funzionasse e lo scrivemmo più e più volte, accollandoci le email di critica che ne conseguivano pezzo dopo pezzo. Agnelli stava facendo fuori Moggi, gradualmente e con lo stesso sorriso sulle labbra che aveva John Elkann quando fece altrettanto, ma far assorbire qualcosa di logico di fronte alle millanterie dei dipendenti (chiamatele “persone vicine”, per carità) dell'una e dell'altra sponda era un compito impossibile da portare a termine.
La società millantava scudetti, vecchi e nuovi, come fa tuttora, e intanto lasciava che passasse il messaggio di un Moggi che andava allontanato dalle “cose della Juve”.
Noi non giudichiamo questa strategia. È palese ormai che sia una questione personale tra la famiglia Elkann, di cui fa parte anche Andrea, e Luciano Moggi. La Juve è lì quasi a dar fastidio, tra un esposto inutile, un patteggiamento e un proclama. Il contendere è altro.
A dare fastidio è come si sia apertamente scaricato Moggi. Puoi scaricarlo in tribunale, nei ricorsi, negli esposti di facciata per tener buono il popolino, ma non pubblicamente. Non si può dire: “Moggi con la Juventus e gli scudetti non c'entra nulla”. È talmente falso da scadere nel ridicolo. È un discorso che non servirà a riportare indietro gli scudetti ma solo a giustificare l'operato della società nell'estate del 2006. Ha scaricato Moggi per non scaricare John Elkann.
Così l'allievo supera il maestro in fatto di ingratitudine. Moggi si prende una condanna dietro l'altra (partendo dalla violenza privata, anche lì non si adoperava per la Juve?) e gli Elkann continuano ad approfittare del suo lavoro per allontanare l'ombra dei risarcimenti e prorogare di altri 2-3 anni la farsesca richiesta della parità di trattamento.
Qualcuno, i soliti, adesso faranno di tutto per vendervela come una vittoria fondamentale. Il cervello per capire se di vittoria si tratta ce l'avete, usatelo.





